Uscita Di Scena

Uscita Di Scena

Questa volta lascio la parola. E proprio oggi, 25 Novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, la lascio a un uomo. Perché ritengo che se la debbano proprio prendere, con forza, dignità, valore. E anche la responsabilità.

Questa GUERRA ci riguarda tutte e tutti e leggere questo racconto, come tanti altri, anche più noti, o di stampo giornalistico, mi infonde speranza e calore. Non siamo sole sorelle. La nostra battaglia è condivisa anche da chi riteniamo il nostro nemico.

Che accada tutti i giorni, ogni giorno. Un atto di ribellione trasversale al genere, comune all’umanità intera.

Buona lettura

 

 

L’ultimo atto è cruento,
per quanto bella sia la commedia in tutto il resto;
alla fine, ci gettano un po’ di terra sulla testa, ed è finita per sempre.
Blaise Pascal

 

Devo prepararmi per il suo ultimo atto, la sua uscita di scena.

Sarò sotto i riflettori tutto il tempo: la gente che arriverà a rendergli omaggio mi osserverà, mi dirà parole di circostanza, per cercare di consolare la povera vedova rimasta sola e lo piangeranno. Alcuni senza neanche averlo conosciuto sul serio.

Consolarmi? Tutte quelle persone avrebbero dovuto supportarmi in tutti questi anni di matrimonio, altro che consolarmi ora!

L’altro giorno la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Lui era stato investito mentre attraversava la strada e versava in gravi condizioni presso l’ospedale di zona.

Mi stavo asciugando dopo aver fatto la doccia, quando il cellulare si era messo a squillare. Dopo aver appreso la notizia, sono rimasta per qualche minuto in silenzio, pensando quasi fosse un suo stratagemma per tirarmi fuori di casa e potersi trovare faccia a faccia con lui. Comunque mi sono fidata del mio istinto: ho deciso di vestirmi in fretta e di recarmi all’ospedale.

Quando sono arrivata aveva già esalato l’ultimo respiro. Il medico mi ha raccontato, nel dettaglio, quali fratture gli avevano fatto perdere la vita. Mi girava la testa e mi veniva da vomitare. Il fato, il destino, che scherzi che giocano!

Quella sera lui sarebbe rincasato e avrebbe dovuto capire, una volta per tutte, che non sarei stata più una sua proprietà.

Erano giorni che mi tormentava con svariate telefonate a tutte le ore del giorno e anche della notte, implorandomi di tornare di nuovo insieme, alternando frasi smielate a minacce sempre più pesanti.

Faceva appostamenti sotto casa dei miei, dove per il momento ero tornata a vivere. I miei cari avevano paura e temevamo il peggio. Mi invitavano a stare attenta e a lasciare perdere di provare a rientrare a casa per recuperare i miei effetti personali. Era, per loro, troppo pericoloso e inoltre l’avrebbe fatto arrabbiare ancora di più.

Tutte le mie cose, i miei ricordi, i miei vestiti, pezzi di vita insomma, erano ancora nella casa in cui avevamo deciso di vivere. Da quando avevo deciso di andarmene, non vi avevo più messo piede.

L’avevo liquidato, dopo averlo denunciato per violenza domestica.

L’avevo perdonato troppe volte, gli avevo creduto, confidavo che sarebbe cambiato. Invece avrei dovuto andarmene al primo insulto, non avrei dovuto permettergli di arrivare neanche al primo schiaffo.

Maltrattata, derisa, offesa ogniqualvolta provavo a fare qualunque cosa non gli andasse a genio.

Le decisioni sulla nostra vita le doveva prendere rigorosamente lui. Ero e dovevo rimanere nelle sue mani. Una marionetta da manovrare a suo piacimento.

Non riuscivo ad uscire da quella situazione. Avrei voluto, ma avevo troppa paura.

Le poche persone a cui avevo raccontato quanto mi stava accadendo, invece di invitarmi ad andarmene da quell’orco, mi dicevano di resistere e mi invitavano a cercare di restargli accanto, in nome di quello che comunque era stato un grande amore.

Amore, ma come si fa a chiamare amore una relazione dove esiste un padrone della vita dell’altro? Un padrone che presenta sempre un conto spietato e salato.

Andò così fino a quando, una sera, in cui lui si trovava fuori con i suoi colleghi di lavoro, andai a partecipare ad un incontro sulla violenza di genere, tenuto da un’associazione del quartiere.

Alla fine di quell’incontro avevo già le idee molto chiare: parlare con le professioniste che avevano gestito quella serata mi aveva smosso e fornito molti suggerimenti e, finalmente, le parole che avevo bisogno di sentirmi dire. Non sono rientrata nemmeno a casa: dritta dai carabinieri sono andata.

Quando era rientrato a casa non mi aveva trovata, ma una telefonata lo aveva invitato a recarsi al commissariato.

Era rimasto attonito, ferito nell’orgoglio. Quella donna che lui, per insultarla e umiliarla, apostrofava come piccola e insignificante, incapace di avere una reazione vera, invece ce l’aveva fatta. Lo aveva colpito duro. Un montante metaforico in pieno volto, da cui per qualche giorno non era riuscito ad alzarsi. Non se l’aspettava.

Ma non rimase fermo e tranquillo, come già vi ho spiegato. La denuncia e quelle successive non lo avevano del tutto arginato. Rimaneva guardingo, in attesa di poter attaccare alla prima occasione.

Era furibondo oramai, non aveva nessuna intenzione di rendermi le mie cose. Aveva giurato che, se avessi messo piede in casa per riappropriarmene, mi avrebbe uccisa! Credetemi, ne sarebbe stato in grado.

Ma non importava: quella mattina, accompagnata da mia sorella e da un amico, sapendo che lui si trovava al lavoro, mi sono recata a recuperare tutto ciò che mi apparteneva. Questa cosa l’avrebbe fatto infuriare e, sicuramente, agire in qualche modo. Nessuno doveva o poteva ferire ulteriormente il suo orgoglio, non ubbidire a un suo comando. Io men che meno…

Ed ora guardalo lì, freddo, inerme, fa quasi pietà. Ma a me no!

Stanno chiudendo la bara, l’ultima volta che mi trovo costretta a stare faccia a faccia con lui. Vedo la gente che mi guarda e bisbiglia. Staranno pensando: “Guarda che forza, non versa neanche una lacrima”.

Lacrime a causa di quell’uomo ne ho versate tante.

Ora, provo solo uno sconforto dentro di me per non averlo lasciato prima, per avergli permesso di maltrattarmi per troppo tempo. Per avermi tolto la mia aria, per avermela fatta respirare inquinata per tutti questi anni.

Il corteo funebre si muove verso la chiesa dove si terranno le esequie.

Mi allontano dal carro funebre: la gente che accompagna la salma mi guarda basita, i suoi parenti, e anche i miei, mi guardano con un misto di disprezzo i primi e di stupore i secondi. Non me ne curo e continuo ad avanzare verso una rapida via di fuga.

Un signore che non avevo mai visto prima mi si avvicina mentre cammino, cercando di mettere più distanza possibile tra me e quel circo. Si avvicina e mi chiede se va tutto bene, se ho bisogno di qualcosa e mi indica la direzione del corteo.

Rispondo che è tutto ok, che la mia direzione è opposta alla loro e continuo sui miei passi, lasciandolo basito e incredulo per la mia risposta.

Respiro a fondo, aria pura. Finalmente ritorno a respirare.

Rocco Carta

Editing e revisione: Simona Martini

Un giorno (e più) di Ordinaria Psicologia

Un giorno (e più) di Ordinaria Psicologia

L’incontro di due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche:
se c’è una qualche reazione, entrambi ne vengono trasformati
– Carl Gustav Jung –

Novembre 2016. Milano. Freddo. Attendo i pazienti in studio, scaldando e profumando l’ambiente e sfogliando le cartelle prima delle sedute di psicoterapia. Un giorno di Ordinaria Psicologia, penserete.

Sì, la Psicologia è questo, ma è anche tante altre cose. Come fare ad arrivare alle persone, a chi già si è avvicinato, a chi non ne vuole sapere (o così pensa), ai curiosi, agli studenti desiderosi di sapere cose nuove, insomma, alla gente, tutta, che pensa valga la pena saperne qualcosa in più o comprendere, anche solo un poco,  in cosa consista questa disciplina e come, nella quotidianità, possa essere esperita senza necessariamente trovarsi chiusi in uno studio?

Queste domande (e tante altre), ci siamo poste e posti noi colleghe/i della redazione di Ordinaria Psicologia, nuovo blog e pagina facebook inerente, per l’appunto, il già trattato e ritrattato tema della Psicologia.  Non abbiamo ancora risposte certe, ma raccontandovi una giornata tipo, potete forse comprendere cosa significa amare questa professione e provare a confrontarsi per comunicarne la bellezza, l’utilità, la poliedricità.

Ore 7.20: suona la sveglia e il caffellatte coi biscotti mi aspetta, ma forse prima meglio dare una sbirciata a facebook, in fondo fa freddo e si sta bene nel dolce tepore del piumone. Già 30 notifiche? Saranno le solite pagine in cui mi hanno inserito a mia insaputa. O risposte a qualche post che non ricordo nemmeno di aver pubblicato.

No, niente di tutto ciò, la redazione di Ordinaria Psicologia è già al lavoro. Di notte. All’alba. Ieri sera tardi. Quasi mi sento in colpa, io che ho pensato di dormire. Tre proposte di articolo, di cui uno e mezzo già scritti, con tanto di commenti, integrazioni, refusi corretti, punteggiatura aggiustata. Il tutto a più mani. Siamo al Wall Street Journal e non lo sapevo.

E quella infografica postata ieri sera? Ma è la stessa? No, che non è la stessa. E’ un’altra, su un altro tema, su Veronesi. Ah, già è morto Umberto Veronesi, illustre e illuminato oncologo italiano: bisogna trovare le parole giuste per ricordarlo. Scegliere un immagine adatta. Va bene, provo ad inserirmi.

Creiamo anche una rubrica sul Cinema? BENISSIMO. E’ la mia passione, il mio cavallo di battaglia, ho già scritto delle cose, ve le posto. Eccone una. “Sì, molto bella, aggiungerei questo aspetto”. “Mmmmm, sì, interessante il tuo stile, qui però potresti fare così”. “Sì, tutto bene, pensiamo all’immagine da mettere?”. Metto tutto a posto in tempo reale, il risultato mi piace, ma ancora non ho fatto colazione. Stacco un po’, dovrei anche accompagnare mia figlia a scuola. Se arriverà in ritardo le ho già detto di riferire che sua madre lavora nella redazione di in un’importante giornale. 🙂

Torno a casa e ho una pausa prima di cominciare la seduta con una nuova paziente. Sono entusiasta, ho mille idee, ora scrivo tutto. Oddio, che è questa roba adesso? Un sondaggio? Dobbiamo decidere bene alcuni dettagli sull’organizzazione interna. Voto. Ora posso proporre la mia strabiliante idea. No, ancora no, c’è da aggiustare l’articolo rimasto in sospeso. C’è da capire a che ora programmare alcuni post. Suona il citofono, la mia paziente è qui. Un’ora circa di seduta: cosa accadrà? Mi sento in un film di Hitchcock, con la suspense che mi attraversa ogni volta che vado a vedere: cosa avrà prodotto questa macchina infernale che abbiamo messo su, ancora, mentre io ero “altrove”?

Il racconto è evidentemente (…) una parodia di quello che questo meraviglioso gruppo di lavoro, di colleghe e colleghi impegnati e appassionati ha messo in piedi in poco tempo. Ciascuna/o è un pezzo importante del puzzle. Un puzzle in costruzione in cui si spostano e integrano continuamente parti, per renderlo più coerente, completo, interessante.

Lavorare insieme significa collaborare, mettersi in discussione, talvolta entrare in conflitto, per poi magari comprendere che su alcune cose ci eravamo inutilmente arroccate/i o avevamo, al contrario, avuto un atteggiamento troppo leggero.

Talvolta si può ironizzare su alcuni temi, altre è necessario essere fermi e convincenti: mettersi alla guida e distrarsi non è uno scherzo, ad esempio. Si rischia la vita e vogliamo spiegarvi il motivo, farvi comprendere come funziona il cervello in alcune situazioni. L’autismo è una sindrome seria, dolorosa, faticosa, ma è anche un meraviglioso mondo da scoprire pieno di tabù e di informazioni tenute quasi segrete. Il cinema è magia, immaginazione, sogno, ma è anche un potente strumento di conoscenza di sé e del mondo. Le ricorrenze ci ricordano chi ha fatto e quando la storia della Psicologia. Il passato che narra il presente.

Un giorno di Ordinaria Psicologia è, per ora, tutto questo, un luogo di incontro e di incontri, di idee, di lavoro, di scoperta.

Speriamo di farvi scoprire lati sconosciuti di questa disciplina, sfatare miti che la rendono apparentemente ostica o inaccessibile, farvene un po’ innamorare, come è successo a noi, o farvi semplicemente incuriosire, perché, vi assicuro, questo mondo riguarda tutte e tutti.

P.S. Ora scappo perché c’è in ballo una discussione sull’opportunità o meno di utilizzare un inciso nella frase di un nuovo articolo, perché, si sa, i dettagli fanno la differenza 😉

 

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