IL SIGNOR IMMAGINACHÈ

IL SIGNOR IMMAGINACHÈ

“Guarda là, là in alto.” “In alto? Non vedo niente.” “Come non vedi niente! C’è una stella. Luminosa e bella.” “Ah, sì, forse la intravedo, ma è piccolissima.” “Non è piccolissima, è grande quanto vuoi tu. Prova.” “Mmmmm vorrei fosse grande quattro spanne più due dita, ma di quelle del mio papà, giganti. Oooooooh, è vero!” “Te l’avevo detto, ogni cosa è grande quanto noi la immaginiamo. E per questo voglio raccontarti la storia del Signor Immaginachè, che cresce e rimpicciolisce le cose, ma cambia anche la forma e il colore.” “Sì, dai, raccontamela…”

 

stella

 

“In un luogo e in un tempo molto…” “Lontani?” “No, vicinissimi.” “Cioè dove e quando?” “Qui, ora, ma lasciami raccontare…”

“Irene, hai fatto i compiti?” “Sì, papà, tutti.” “Sei sicura? E li hai fatti bene?” “Sì, bene, papà. Sono stata attenta” “Non come l’ultima volta, vero? Quella in cui hai scritto che d’inverno le foglie volano in cielo e gli alberi si trasformano in mostruosi ragni che, con le mille dita, catturano tutti i bambini che fanno i bulli?” “No, papà, te lo giuro, ora ti leggo la storia che ho scritto” “Va bene, sentiamo”

albero ragno 2

“C’era una volta… No, non è vero, tutto questo succede ora, ai giorni nostri, quindi è inutile che faccio la finta di scrivere una storia tipo quella dei fratelli Grimm o di Andersen. Questa è una storia che è successa per davvero. L’ho vista io, con i miei occhi. Era notte, quello sì. E mamma e papà stavano dormendo. Papà russava come sempre, ma mamma non era da meno, però non bisogna dirglielo, perché si offende. Paolino, mio fratello, era finalmente crollato dal sonno, dopo che gli avevo raccontato cinque o sei storie paurose, come piacciono a lui. Nella penombra e nel dormiveglia la tenda aveva cominciato a muoversi in modo insolito. La finestra era chiusa, quindi non riuscivo a capire.

Avevo molta paura, ma non me la sentivo di svegliare nessuno, quindi sono scesa in cucina per bere un bicchiere d’acqua e provare a calmarmi. Quando ho acceso la luce sotto la cappa ho sentito dei passi e mi sono girata. C’era sveglio anche lo zio Luigi, il fratello di papà. Sta da noi perché ha litigato con zia Viola, che l’ha cacciato di casa. Si è avvicinato e mi ha bisbigliato qualcosa vicino all’orecchio, tipo che non dovevo avere paura, perché c’era lui a proteggermi. Mi ha detto se volevo andare a dormire con lui, nella stanzetta degli ospiti. Mi ha anche promesso che non l’avrebbe detto a mamma e papà”

“Irene, ma questa non è una fiaba. Neanche un racconto. Non sarà una delle tue solite bugie? Tipo quella che hai raccontato quando non avevi messo in ordine la stanza e hai dato la colpa al Signorvento, entrato di nascosto dalla finestra socchiusa?”

stanza disordinata

“No, papà, questa è vera. Ascolta: a un certo punto è diventato tutto buio e silenzioso ed è arrivato il Signor Immaginachè. È un signore molto gentile, con il sorriso sulle labbra e gli occhi dolci. Ha cominciato a giocare con me. Immagina che…ora sei in un parco giochi con le tue amiche del cuore e hanno montato uno scivolo nuovo. Poi immagina che… il tuo negozio preferito di dolci oggi faccia grandi sconti. Una caramella costa un centesimo e quella dopo è gratis. Ci sono anche le palline di cioccolato e zenzero, quelle che profumano di Natale. Ah, ecco sì, immagina che è già Natale e le luci dell’albero illuminano i pacchetti con la carta metallica.

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Abbiamo giocato tutta la notte. Poi mi sono svegliata e lui non c’era più, io ero nel mio letto e anche se mi facevano un po’ male le gambe ero contenta di averlo conosciuto”

“Ho capito… Mi aiuteresti però a capire quando è arrivato il signor Immaginachè dov’è finito lo zio?” “Ah, non lo so, papà, forse era lui il signor Immaginachè. Anzi, mi hai fatto ricordare che mi viene a trovare spesso, anche di giorno. Io immagino cose, tante cose belle, così il tempo passa e io non penso… non mi ricordo più a cosa non penso”.

Non so poi cos’è successo, ma la mia storia penso non sia tanto piaciuta al papà. So che ha litigato con lo zio, perché l’ho sentito urlare. Mamma teneva in braccio Paolino e piangeva forte. A un certo punto ha anche fatto una telefonata. Poi sono arrivate delle persone con la divisa. Forse poliziotti. Una era una donna: aveva lo sguardo gentile e mi ha chiesto se volevo andare con lei, insieme alla mamma, in un posto. Mi aveva portato una bambola di pezza, con le trecce bionde, di nome Camilla, come la mia compagna di banco, che non mi fa mai giocare con lei e mi prende in giro insieme a Giorgia e Michela. Dicono che sono strana, perché disegno bambine nude e conosco parole che loro non vogliono sentire. Io non so bene cosa significano quelle parole, ma credo non siano brutte, me le dice spesso il signor Immaginachè.

poliziotta

Comunque, la signora gentile mi ha fatto salire in macchina, accanto a mamma. Siamo arrivate in un posto molto carino, con tanti giochi, una casetta di legno con gli animali e tanti fogli e pennarelli. Una giovane signora mi ha detto che potevo giocare con quello che volevo, poi mi ha fatto fare dei disegni. Mi ha chiesto anche di raccontare la storia di Immaginachè. Io ho preferito illustrarla. Mentre disegnavo mi veniva da piangere, non so perché. Il signor Immaginachè non mi sembrava poi così buono. Mi è venuto anche da vomitare e a un certo punto ho anche strappato il foglio e urlato parolacce alla signora. Lei non mi ha sgridata. Anzi, strano, mi ha detto che era contenta e che ero stata brava. Io mi sono sentita più leggera.

boh

Mi ha chiesto se voglio tornare da lei altre volte. Io ho risposto che non lo sapevo, ma poi ho pensato che lì c’è un buon profumo e la tenda non si muove da sola. Non ho tanta paura quando sono lì.

A casa lo zio non c’è più e anche la tenda della mia camera ha smesso di muoversi di notte. A scuola la maestra ha detto di smetterla di prendermi in giro, ma comunque anch’io non disegno più cose brutte, come dicevano i miei compagni.

Oggi ho pitturato con i pennelli un fiore. Era piccolo e un po’ malandato, ma il sole lo scaldava e una signora veniva a innaffiarlo. Boh, magari la prossima volta provo a farlo più bello. Ora non riesco, mi trema la mano e a volte calco così tanto che il foglio si buca.

fiore storto

Ho visto il papà piangere tanto e dire che è colpa sua. Non so di cosa, ma io sento che se piange è colpa mia, invece.

La signora dal profumo buono ci ha detto di non usare la parola colpa. Una volta me l’ha fatta scrivere su un foglio, poi mi ha detto di pasticciarla e di accartocciarla. L’abbiamo messa in una scatola e chiusa lì dentro. Anche quella volta mi sono sentita più leggera e il giorno dopo ho disegnato un altro petalo colorato al fiore.

 

colpa 

La mamma mi ha detto che sono i grandi che devono occuparsi dei bambini e non i bambini a preoccuparsi dei grandi. Me lo dice mentre mi spazzola i capelli e un po’ piange. Lo so che è triste per me, ma non voglio che si preoccupi, quindi le dico che va tutto bene. Mi sveglio ancora la notte, ma non ho il coraggio di muovermi dal letto.

“Ci vorrà tempo”, ha detto Gloria, la signora dal profumo buono. Ma mi ha anche detto che non ci corre dietro nessuno e che lei mi aiuterà. Ha la voce tiepida e non sorride sempre. Cioè a volte è seria perché dice che sto parlando di cose importanti”.

PSICOLOGA BIMBA

Ieri Camilla, a scuola, mi ha abbracciata. Boh, non so cosa sia successo, ha detto che lei era arrabbiata quando vedeva i miei disegni, perché le si muoveva qualcosa dentro. Non ce l’aveva con me. Forse ho capito, ma non riesco a parlare con lei del mio Signor Immaginachè, mi vergogno troppo.

ABBRACCIO

Gloria mi ha detto che ogni emozione prenderà il suo posto. Ora mi sembrano tutte ammucchiate e chiassose, infatti quando le disegno faccio dei gran pasticci.

emozioni

Vabbè ora vado a dormire. Sto nel letto con mamma e papà anche stanotte. Paolino invece dorme come un sasso, anche se mi spiace lasciarlo solo, ho sempre voluto proteggerlo. Ma ora so che siamo al sicuro e che mamma e papà hanno capito la mia storia.

Papà mi ha chiesto scusa per la storia delle bugie e io sono stata contenta. Forse domani andrò nel mio letto. Forse.

“Buonanotte. Anche alla stella lassù, quella luminosa e bella.”

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Il bullismo tra le mura scolastiche

Il bullismo tra le mura scolastiche

Ringrazio l’Associazione ACBS, per averti dato la possibilità di svolgere una delle mie attività preferite: i laboratori scolastici. In questo caso il tema era Il bullismo tra le mura scolastiche. Un tema sempre attuale e necessariamente da affrontare a diversi livelli.

I bambini e le bambine hanno tanto da insegnarci, con le loro esperienze, emozioni, parole, sguardi, vissuti.

Ringrazio la Dott.ssa Andrea Carta, giovane studentessa della magistrale di Psicologia di Pavia, per avermi supportata e per aver colto, con la relazione che vi invito a leggere, il senso e la struttura del lavoro proposto.

Restiamo a disposizione per altri incontri.

Buona lettura

L’uomo superiore è calmo senza essere arrogante; l’uomo dappoco è arrogante senza essere calmo

– Confucio –

LABORATORIO BULLISMO-ACBS

 

La sensibilizzazione e prevenzione del bullismo rappresenta un tema importante, fondamentale e quanto mai attuale.

L’Associazione Contro il Bullismo Scolastico (ACBS), nata dall’idea di Vincenzo e Giuseppe, due giovani ragazzi ex-vittime di bullismo, promuove quotidianamente attività rivolte a bambini e ragazzi di ogni età, con l’intento di contrastare e combattere il fenomeno del bullismo.

Il laboratorio proposto dall’Associazione, svolto in due diverse scuole, con tutte le classi di quarta e quinta elementare, ha avuto l’obiettivo di sensibilizzare gli studenti rispetto al fenomeno del bullismo, fornendo loro suggestioni e spunti di riflessione sull’importanza del rispetto reciproco e sull’accettazione delle diversità. Le attività proposte hanno avuto un taglio pratico ed esperienziale, coinvolgendo i bambini in giochi di ruolo ed esercizi fisici, oltre che in discussioni rispetto alle attività svolte e alle loro conoscenze sul fenomeno in questione.

Dopo una presentazione inziale dell’Associazione, abbiamo domandato ai giovani alunni che cosa sapessero del bullismo, cosa secondo loro spingesse il bullo ad agire tentando costantemente di prevaricare l’altro e quali fossero le conseguenze per la vittima sulla quotidianità della vita. Nonostante la loro giovane età, i ragazzi hanno mostrato una conoscenza profonda del fenomeno e si sono rivelati capaci di una lettura del bullismo che tenesse conto delle principali emozioni coinvolte come la paura, la rabbia e la tristezza. Hanno loro stessi sottolineato come, ad esempio, il bullo possa provare molta rabbia, come possa aver sperimentato genitori aggressivi ed ostili dai quali ha appreso una modalità di comportamento disfunzionale, che lo ha condotto poi a non essere capace di relazionarsi all’altro in maniera adattiva. Così come la vittima possa sentirsi triste, depressa, spaventata e quindi isolarsi ma anche spingersi fino all’atto estremo del suicidio. È interessante notare come già alla loro età riescano a cogliere il fatto che, dietro al comportamento del bullo, possano nascondersi emozioni complesse che spesso non si riescono a gestire e che sfociano nel tentativo di prevaricare l’altro, cercando di convincersi e convincere gli altri di “essere il più forte”.

Particolarmente interessante è stato osservarli in un gioco di ruolo tratto dal famoso esperimento della prigione di Philip Zimbardo (1971) dell’Università di Stanford, modificato e riadattato per i ragazzi della scuola primaria. In questo gioco alcuni alunni sono stati invitati ad interpretare i “secondini” ed altri i “carcerati” al fine di spingerli a riflettere su come spesso le etichette che ci vengono attribuite ci spingano a comportarci in modo da adattarci e adeguarci all’etichetta stessa; una riflessione su quanto gli stereotipi e le convinzioni influenzino la costruzione della realtà e quanto incidano sulla visione che gli individui hanno di sé stessi e del loro modo di apparire.

I ragazzi hanno poi svolto un gioco a coppie nel quale, da seduti, dovevano alzarsi insieme aiutandosi l’uno con l’altra. con lo scopo di farli riflettere sull’importanza della collaborazione reciproca e del riuscire a “far leva” sull’altro, per affrontare situazioni che da soli si ha difficoltà a superare, senza il timore e la paura di essere giudicati.

Il laboratorio ha previsto anche un momento di riflessione sulla consapevolezza del proprio spazio personale, che va difeso e protetto, al quale l’altro può accedere solo se noi vogliamo e diamo il permesso.

Il laboratorio si è poi concluso con la visione di un filmato che riporta la testimonianza di Vincenzo e Giuseppe e della loro madre, rispetto alla loro esperienza, al loro vissuto emotivo e a come poi sono riusciti a superarla.

Il laboratorio è stato particolarmente motivante, i ragazzi si sono mostrati collaborativi e interessati e capaci di cogliere la complessità del fenomeno del bullismo e le sue sfaccettature. L’esperienza svolta sottolinea l’importanza di attività di sensibilizzazione e prevenzione rivolte a bambini e ragazzi di ogni età che li spinga ad assumere un pensiero critico sui modelli relazionali di rispetto e reciprocità, partendo dal riconoscimento e dall’accettazione delle differenze, favorendo modelli identificatori paritari.

Tempus fugit

Tempus fugit

Tempus fugit. Il tempo fugge.

Da circa un mese sono entrata a far parte di un importante progetto che si occupa di vittime della strada. Il ruolo sarebbe quello di psicologa che si occupa di primo soccorso psicologico. Un primo intervento d’urgenza e altri otto a seguire, con l’intento di provare a medicare tagli profondi. Un piccolo cerotto su grandi ferite.

Un primo caso, doloroso e complicato , mi catapulta nei meandri della mia storia, del mio passato, dei vissuti che ancora intercettano i miei ricordi. Mi fermo a riflettere sull’affannosa corsa che ogni giorno intraprendiamo, nel tentativo di raggiungere più mete possibili e rispondere a infiniti doveri, interiorizzati da sempre, da quando qualcuno ci disse “tempus fugit, il tempo fugge”.

Respiro a fondo, fermo il passo veloce, osservo passare rapide le persone. Dove corriamo, indaffarati e sovrappensiero? Abbiamo, stamane, salutato i nostri cari? Abbiamo detto agli amici che ci mancano, che vorremmo trascorrere con loro una serata a chiacchierare? Abbiamo detto ti amo al nostro compagno e ricordato ai nostri figli quanto bravi sono a svolgere i loro compiti quotidiani? Quand’è l’ultima volta che abbiamo chiamato nostra madre? E detto a nostro padre che ancora portiamo nel cuore quella domenica al palazzetto dello sport?

E’ proprio vero, tempus fugit, il tempo fugge, ma in direzioni sconosciute e imprevedibili, proviamo a neutralizzarlo riempiendo di affetto e riconoscimento i nostri incontri e le persone che amiamo.

Questa filastrocca, dedicata a grandi e piccini, è uno dei modi che conosco per riempire spazi vuoti, senza fuggire.

 

IL SALUTINO

Quanto conta un salutino

fatto al bordo del mattino?

Sembra proprio una sciocchezza

una fatua tenerezza.

Ma poi in centro alla giornata

improvvisa una cascata

di sciagure inaspettate

 ti ricopre di stangate.

Pensi in un battibaleno

quanto può andar via il sereno.

Torni a quel ciao mai svelato

e al ricordo di un gelato

che volevi assaporare

ma hai deciso di scappare

in un vortice di vita

che ti sfugge tra le dita.

Ferma un poco il tuo cammino

 e rispondi al salutino

tardi forse arriverai

ma leggero incederai

nelle rughe del presente

dove il tempo non si pente.

Violenza domestica: buone prassi in seguito alla separazione

Violenza domestica: buone prassi in seguito alla separazione

Amare sé stessi(e) è l’inizio di una storia d’amore lunga tutta la vita
– Oscar Wilde –

VIOLENZA DOMESTICA: BUONE PRASSI A SEGUITO DELLA SEPARAZIONE

La tematica della violenza domestica può e deve essere affrontata da diversi punti di vista: quello della fase post-separazione è uno dei tanti.

La donna che ha subito violenza e che cerca di far valere i propri diritti salvaguardando i figli e le figlie dopo la separazione attraversa una fase delicata che spesso viene sminuita e affrontata con superficialità. Come se essersi allontanata rappresenti la soluzione, la fine di tutte le violenze, l’inizio automatico di una nuova vita.

Oltre ad un necessario percorso di elaborazione delle ferite, fisiche e psicologiche, subite è necessario affrontare tortuosi percorsi giuridici in cui le donne si trovano a dover ripercorrere, ancora una volta, il dolore della violenza, dimostrare la propria “innocenza”, lottare con il senso di colpa che altri attribuiscono, tenendo sempre presente il bene dei minori.

Ringrazio la Dott.ssa Federica Anastasia per aver estratto un articolo dalla Tesi di Laurea Magistrale in Psicologia, da lei elaborata e discussa, dal titolo: “Affido dei Minori in separazioni difficili. L’arduo compito delle Assistenti Sociali.”

Ricordiamoci che fare informazione e sensibilizzare sulla tematica della violenza di genere rappresenta uno dei tasselli dell’immenso puzzle necessario a destrutturarla, affrontarla, sconfiggerla.

Buona lettura.

“La violenza domestica: tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica, che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner” (Consiglio d’Europa, 2011)

  • In Europa 1 donna su 3 subisce violenza domestica nel corso della vita (FRA 2014).
  • Si parla di violenza assistita quando il minore fa esperienza direttamente o indirettamente di violenza domestica su figure di riferimento.
  • Nel 65% dei casi di violenza domestica vi è violenza assistita e nel 25% dei casi i/le minori vengono coinvolti/e direttamente (ISTAT 2015)
  • Il post-separazione rappresenta un momento a rischio incremento violenza (Kelly et al., 2014; Pond et al., 2008; Kitson, 1983)

Si ritiene doveroso fare una breve premessa, relativa ai dati nazionali riferiti ai contatti padri-figli/e dopo la separazione.

Secondo i dati Istat (relatvi al 2009), il 52,8% delle madri che vive con i figli/e riferisce che, nei due anni successivi la separazione, questi ultimi non hanno dormito a casa del padre; il 20,1% dichiara che, oltre a non aver dormito dal padre, non lo hanno mai frequentato. A seguito della separazione, il rendimento scolastico dei figli/e peggiora nel 20,7% dei casi e nel 6% il peggioramento è tale da determinare una bocciatura o il rinvio di esami universitari.

Dopo la separazione i figli/e non vedono o vedono meno i genitori o i parenti del padre e della madre (rispettivamente, nel 18,6% e nell’8,7% dei casi); il 5% dei genitori non può più sostenere le spese mediche per i figli/e con la frequenza necessaria, o mandarli in vacanza nei luoghi e per la durata che era loro abituale (24,1%).[1]

Un nodo cruciale, in questa fase, oltre al mantenimento, sono le decisioni e la gestione dei contatti padri-figli/e. Nel rispetto del diritto del minore alla bigenitorialità, vengono regolamentate le modalità ed i tempi degli incontri padri-figli/e. Nei casi di violenza domestica, questo può essere un momento a rischio di violenza (prima, durante e dopo l’incontro) per il bambino e per la donna[2] , tanto che la Women’s National Commission (WNC, 2004), chiede che nei casi di violenza domestica:

  • gli incontri padre-figlio/a vengano supervisionati (incontri protetti)
  • venga effettuata un’attenta valutazione del rischio
  • il/la bambino/a venga ascoltato/a da parte di professionisti qualificati.

Gli incontri protetti e/o facilitanti, su prescrizione dell’Autorità Giudiziaria, rappresentano una modalità di incontro genitore-figlio/a minore, che prevede la presenza di una/un educatrice/educatore professionale.[3]

Gli incontri protetti hanno luogo in uno spazio neutro custodito, in quanto vi è dichiarato rischio per il minore, con funzione di tutela e protezione dell’educatrice/ore nei confronti del minore. Hanno una durata massima di sessanta minuti e tra ognuno di essi deve trascorrere minimo una settimana; sono prorogabili di tre mesi in tre mesi.

Gli incontri facilitanti hanno anch’essi luogo in uno spazio neutro o in uno spazio facilitante: vengono predisposti per garantire il cosiddetto diritto di visita, per consentire lo svolgersi delle relazioni familiari e ridurre il livello dei conflitti familiari, con una presenza atta ad agevolare e contestualizzare i comportamenti e le comunicazioni delle parti. Hanno una durata e gestione più libera, secondo il progetto individuale e si protraggono al massimo per dodici mesi.

Sono momenti delicati e critici per diversi punti: preparazione agli incontri per minori, genitori, operatori, educatori ed educatrici; modalità di presenziare ed osservare; conoscenza e fiducia; come e quando intervenire; cosa fare nei casi di violenza manifestata durante l’incontro.[4]

 

Nel rapporto di ricerca preparato da Apollonio e Grimaldi (2007), sui contatti padri-figli/e dopo la separazione nei casi di violenza domestica, le autrici riportano che negli USA la violenza domestica e la violenza assistita dai minori vengono riconosciute come elementi fondamentali da valutare nelle cause per la custodia dei figli/e (Cahn, 1991; Hart, 1992; Family Violence Project, NCJFCJ, 1995; ect.), specificando, nel Model Code of the Family Violence Project (NCFCJ, 1998), che “è un danno e non è l’interesse del bambino essere affidato, sia in forma congiunta sia esclusiva, o essere lasciato in custodia fisica al perpetratore di violenza domestica”. Viene, inoltre, sottolineata l’importanza di una serie di punti[5]:

  • la sicurezza ed il benessere dei bambini/e sono primari, così come quelli del genitore che ha subito violenza;
  • la storia di violenza domestica deve essere considerata per decidere la custodia dei figli/e;
  • l’affido esclusivo o condiviso al genitore violento non è nell’interesse del bambino/a;
  • è nell’interesse del bambino/a risiedere con il genitore non violento, anche se geograficamente lontano dal genitore violento;
  • la protezione dei bambini/e va garantita attraverso incontri protetti e supervisionati con il genitore violento;
  • va garantita la protezione della donna che lascia il compagno violento insieme ai figli/e;
  • la donna che per fuggire dal compagno violento lascia temporaneamente i figli/e non è accusabile di “abbandono di minore”;
  • al genitore violento può essere negato il diritto decisionale rispetto alla vita del figlio/a (scelte mediche, educative…) se ciò pone a rischio la diade madre-minore, anche in termini di svelamento della nuova residenza.

Alla luce di quanto emerso, secondo il National Council of Juvenile and Family Court Judges (NCFNH), gli incontri genitore violento-figlia/o devono tenere conto delle seguenti linee guida:

  • vanno organizzati in modo da non esporre il minore al conflitto genitoriale;
  • vanno evitate le transizioni e gli incontri tra madre e padre;
  • il Tribunale dovrebbe prescrivere visite protette e supervisionate, descrivendo dettagliatamente le modalità di protezione ed il ruolo del supervisore;
  • visite non protette potrebbero essere previste solo quando il genitore violento abbia concluso un programma di recupero;
  • il metodo migliore per valutare la non persistenza dei comportamenti violenti è intervistare la ex partner e la partner attuale;
  • in caso di episodi violenti, di stress manifestato dal bambino/a o di tentativi da parte del padre di strumentalizzare il figlio/a nella violenza agita contro la madre, le visite vanno sospese;
  • le visite vanno sospese qualora il genitore faccia uso, nel corso delle stesse o precedentemente, di alcol e/o di sostanze stupefacenti;
  • il bambino/a deve poter contattare la madre telefonicamente in ogni momento;
  • deve essere inibito il pernottamento del bambino/a a casa del genitore maltrattante;
  • anche i contatti telefonici devono essere regolamentati;
  • va mantenuto nel tempo l’ordine di protezione che impedisce al violento di avvicinarsi alla vittima[6].

Nella stessa direzione vanno studi, ricerche e linee guida sviluppati in Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada.[7]

Emerge la necessità di un approccio integrato per contrastare la violenza domestica post-separazione, anche nei confronti dei minori, da parte di tutti i soggetti coinvolti, suggerendo delle buone pratiche, che vanno in questa direzione[8]:

  • per tutti gli operatori, adeguata formazione specifica sulle dinamiche della violenza domestica e sull’impatto della violenza sulla sicurezza e sul benessere di donne e bambini;
  • riconoscimento della correlazione tra sicurezza della madre e benessere del bambino;
  • necessità di valutazione del rischio che la violenza continui in occasione dei contatti padre-figli;
  • importanza di incontrare i genitori separatamente ad ogni stadio del procedimento;
  • non utilizzo dello strumento della mediazione familiare nei casi di violenza domestica[9].

La sicurezza delle donne risulta essere indissociabile dalla sicurezza dei bambini e delle bambine e diversi studi evidenziano che, spesso, gli operatori non conoscono e riconoscono i fattori di rischio legati alla violenza; non riconoscono la separazione, l’allontanamento dal partner violento come un momento fortemente a rischio per la donna e per i minori; non sono consapevoli della frequente correlazione esistente tra violenza alle donne e violenza ai minori; sottostimano la gravità degli esiti della violenza assistita e, di frequente, tengono separata la problematica del maltrattamento subito dalla madre dal rischio a carico del bambino/a. Alla luce di questo, risulta fondamentale che i soggetti coinvolti ricevano una formazione adeguata ed aggiornamenti sulle dinamiche della violenza, sui fattori di rischio e sugli interventi da attuare.[10]

 

“Solo portando alla luce ciò che c’è, si può intervenire, cambiare, migliorare e operare nell’ottica del benessere.”
– Federica Anastasia –

[1] http://www.istat.it/it/archivio/47539

[2] Apollonio M. G., Grimaldi T. (2007). Contatti Padri-Figli dopo la Separazione nei casi di Violenza Domestica, Rapporto di Ricerca (a cura di), Trieste: Comune di Trieste, Area Promozione e Protezione Sociale, Centro Antiviolenza GOAP, (pp. 40-48).

[3] Ibidem, p.5

[4] Curata da Taverna Paolo  (2010). Incontri Protetti – Incontri Facilitanti. Linee guida per le/gli operatrici/operatori dei servizi sociali, educativi e sanitari, (a cura di), Trieste: Comune di Trieste, Area Promozione e Protezione Sociale, servizio minori, adulti e famiglia, unità minori.

[5] Apollonio M. G., Grimaldi T. (2007). Contatti Padri-Figli dopo la Separazione nei casi di Violenza Domestica, Rapporto di Ricerca (a cura di), Trieste: Comune di Trieste, Area Promozione e Protezione Sociale, Centro Antiviolenza GOAP, (pp.40,41).

[6] Apollonio M. G., Grimaldi T. (2007). Contatti Padri-Figli dopo la Separazione nei casi di Violenza Domestica, Rapporto di Ricerca (a cura di), Trieste: Comune di Trieste, Area Promozione e Protezione Sociale, Centro Antiviolenza GOAP, (pp.41,42).

[7] Ibidem, pp.42-48.

[8] Ibidem, p.42

[9] Ibidem, p.43

[10] Ibidem, p.48

L’Immaginario del Bambino – La Fiaba come Strumento di Cura

L’Immaginario del Bambino – La Fiaba come Strumento di Cura

“La fiaba, mentre intrattiene il bambino, gli permette di conoscersi, e favorisce lo sviluppo della sua personalità. Essa offre significato a livelli così diversi, e arricchisce l’esistenza del bambino in tanti modi diversi, che non basta un solo libro a rendere giustizia della quantità e della varietà dei contributi apportati da queste storie alla vita del bambino”
Bruno Bettelheim – Il mondo incantato –

“Alice era ormai stufa di starsene seduta accanto alla sorella maggiore, in riva al ruscello. Aveva sbirciato un paio di volte fra le pagine del libro che sua sorella stava leggendo, ma non vi aveva scorto né illustrazioni, né parti dialogate. Doveva dunque essere un libro ben noioso, dal momento che non aveva né figure, né dialoghi! Così almeno pensava Alice. Faceva un gran caldo, e Alice sentiva in testa una gran confusione.

Stava in ogni caso pensando se valeva la pena di alzarsi per cogliere margheritine e farne poi una ghirlanda quando vide, con sua grande meraviglia, un Coniglio bianco, con gli occhi rossi, passarle accanto tutto frettoloso. Un coniglio che, a differenza di tutti i conigli di questo mondo che camminano sulle quattro zampine, se ne andava ritto su quelle posteriori, vestito con un panciotto!”

Così Alice intraprende il suo onirico viaggio nel Paese delle meraviglie, del mondo incantato, nella misteriosa e complicata avventura del suo inconscio.

La fiaba senza dubbio cattura l’attenzione del bambino, nutre e stimola il suo immaginario. Nel contempo, utilizzando un linguaggio in sintonia con quello infantile, tratta di problemi umani universali, di desideri, aspirazioni, paure, angosce frustrazioni. Può diventare strumento di cura in quanto permette al bambino di familiarizzare con la natura e il contenuto del suo inconscio, non attraverso una comprensione razionale, ma attraverso una interazione con la propria immaginazione, con i propri vissuti emotivi e affettivi, con il proprio mondo interiore.

Le fiabe insegnano al bambino che la lotta contro le asprezze della vita non solo è inevitabile, ma conduce ad un arricchimento e ad una crescita possibili solo se non ci si ritrae e si affrontano gli ostacoli.

Il bambino ha bisogno di messaggi simbolici, gli unici che è in grado di interiorizzare, che lo aiutino ad affrontare i disagi e i problemi che lo affliggono.

Attraverso l’identificazione con i personaggi che il bambino in quella fase della sua vita sente più vicino a sé, al suo mondo interiore, alla sua situazione esistenziale, è possibile trovare un significato e costruire un altro pezzo della propria identità.

La costruzione della fiaba

Risulta molto efficace, in terapia, aiutare il bambino a costruire una sua fiaba personale. Ancor più che nell’adulto, il potere catartico dell’Immaginario è potente e sorprendente.

Si offre al bambino uno Stimolo Immaginativo (uno spunto per iniziare), tratto dalla sua storia, ma, soprattutto ponendo un’ attenzione fluttuante a tutto ciò che “circola” e che può essere definito linguaggio non verbale: silenzi, suoni, posture del corpo, espressioni del viso, gesti, etc.

Il bambino inizia a verbalizzare nel caso in cui il linguaggio sia alla sua portata e il suo canale preferenziale o a posizionare oggetti e personaggi che cerca e trova all’interno della stanza.

Oppure è possibile che scelga di disegnare, dipingere, utilizzare il das, accartocciare della carta o qualsiasi altra forma creativa.

È importante e necessario lasciare il bambino libero di scegliere il materiale con cui esprimere il proprio Immaginario, perché anch’esso è portatore di significati legati all’individualità e ai vissuti personali.

A questo punto inizia il viaggio nel Paese delle meraviglie, dove il bambino verrà accompagnato, tenuto per mano, sostenuto e, qualche volta, lasciato libero di affrontare da solo le paure, gli ostacoli, rappresentati dai vari personaggi malefici o negativi che lui stesso sentirà il bisogno di introdurre. Nemici da combattere e sconfiggere con le proprie forze e il proprio coraggio.

La rielaborazione dei contenuti emersi avverrà attraverso il gioco, il disegno, la costruzione di un’altra storia: momenti durante i quali inserire, con delicatezza e rispetto dei tempi, elementi di aiuto utili ad attribuire significato e individuare tracce di sé e della propria storia, da aggiungere al puzzle della vita e dell’identità in costruzione, attraverso il linguaggio simbolico del gioco, dell’immaginario, del sogno.

Pour vous qui aimez aussi le petit prince, comme pour moi, rien de l’univers n’est semblable si quelque part, on ne sait où, un mouton que nous ne connaissons pas a, oui o non, mangé une rose…
Regardez le ciel. Demandez-vous : “Le mouton oui o non a-t-il mangé la fleur?” Et vous verrez comme tout change… (1)

Le Petit Prince – Antoine de Saint-Exupéry –

(1) Per voi che pure volete bene al piccolo principe, come per me, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa…

Guardate il cielo e domandatevi: “La pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore?” E vedrete che tutto cambia…

 

 

 

 

 

 

 

La Rabbia del Leone è la Saggezza di Dio

La Rabbia del Leone è la Saggezza di Dio

La rabbia del leone è la saggezza di Dio
– William Blake –

Vi lascio, oggi, a questo articolo che tanto dice su un’emozione “tabù”: la rabbia.

Per noi psicologi/ghe e psicoterapeuti/e le emozioni non sono mai categorizzabili in buone o cattive, ma in funzionali /disfunzionali, a seconda di come e se trovano il modo di esprimersi e di scaricare la propria energia, plasmandola in una forma comunicativa utile a comprendere se stessi, gli altri e la realtà che ci circonda e provando a instaurare con essi una relazione empatica e di scambio, utile al buon funzionamento di tutti/e.

Buona lettura

Perché ci arrabbiamo? Anche la rabbia è utile! 

La rabbia fa parte della grande famiglia delle emozioni e, in quanto tale, rappresenta un’esperienza complessa in cui si può distinguere un aspetto mentale di consapevolezza, delle modificazioni fisiologiche e dei comportamenti espressivi sia involontari che intenzionali.

La rabbia è la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica, ed è una delle più precoci fra le emozioni, insieme alla gioia e al dolore.

Si tratta di un’emozione primordiale che deriva dall’istinto di difendersi per sopravvivere, nell’ambiente in cui ci si trova ed ha una funzione adattiva.

Di primo acchito potrebbe essere associata a qualcosa di negativo, di inopportuno o fastidioso, e non a caso le sue manifestazioni sono riprovate e quindi parzialmente inibite o comunque modificate nella nostra cultura e nelle società attuali. Viene spesso considerata un’emozione negativa da reprimere e soffocare, irragionevole, associata ad aggressività, e difficilmente se ne riconoscono le qualità positive.

Ma preso atto che la rabbia è un’emozione che fa parte del nostro bagaglio da così tanto tempo, a cosa serve? È solo causa di azioni dannose e distruttive o c’è un modo per considerarla anche positivamente?

La rabbia innanzitutto permette l’instaurarsi di una specifica tendenza all’azione. Se questa emozione non ci fosse, infatti, non saremmo in grado di attivarci, non saremmo in grado di agire: la rabbia spinge all’azione, in modo da superare gli ostacoli che si frappongono tra noi e il nostro obiettivo. Chiari segnali di questo sono tutte quelle modificazioni che sono tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo (accelerazione del battito cardiaco, aumento della tensione muscolare e della sudorazione, aumento della pressione…).

Il suo scopo è quello di aiutarci a percepire un’ingiustizia e di conseguenza a fronteggiarla, ha l’obiettivo di fungere da segnale d’allarme in particolari circostanze, esprime una reazione di insoddisfazione intensa, di frustrazione.

E nelle relazioni con gli altri che ruolo assume? Con chi ci si arrabbia più spesso?

Si possono distinguere due aspetti fondamentali se si pensa all’effetto che la rabbia esercita sugli altri:

  • la distanza (per cui la rabbia ha come effetto l’allontanamento dell’altro);
  • il controllo (per cui il messaggio che arriva all’altro è “fai quello che ti dico io”).

In entrambi i casi questa emozione assume una funzione soggettiva per la persona e la sua utilità, l’impatto desiderato, sta appunto nell’allontanare l’altro che in quel momento rappresenta una minaccia, oppure nell’esercitare un controllo intimidendolo.

Da molte ricerche sembra inoltre che almeno la metà delle persone con cui ci arrabbiamo siano persone che conosciamo e che amiamo piuttosto che quelle che ci sono indifferenti.

All’interno di un rapporto di coppia la rabbia poi può assumere altre sfaccettature oltre a quelle legate al rancore, alla rivendicazione, allo sfogare semplicemente le proprie frustrazioni sul proprio partner. Sono infatti presenti delle sfumature protettive. Essa, essendo un’emozione che attiva la persona che la sperimenta, può essere usata come “antidepressivo”. Se uno dei due partner vuole risollevare l’altro potrebbe assumere, anche in maniera del tutto inconsapevole, un atteggiamento provocatorio proprio per attivarlo e tenere alto il suo grado di energia.

Per concludere si può affermare che, se questa emozione viene vista come qualcosa che ci è stato dato per sopravvivere e non come condanna, cambia completamente la prospettiva secondo cui la guardiamo e possiamo di conseguenza farne un uso molto più vantaggioso per noi e per chi ci sta intorno.

Dott.ssa Anna Galtarossa

https://galtarossapadovapsicologa.wordpress.com/

https://www.facebook.com/annagaltarossapsicologa/

 

Immagine: Il sacro fuoco di Olimpia– tecnica mista – Alfonso Camplone –

 

 

Ricucire

Ricucire

RICUCIRE

Non perdere la voglia di camminare: io,
camminando ogni giorno,
raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno;
i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo,
e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata…
ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati…
Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.
(Bruce Chatwin)

 

Le diede un bacio sul collo, indossò il cappotto e scese le scale del condominio dove vivevano, uno stabile anni ‘70 in attesa da anni di un po’ di manutenzione, ma tutto sommato decoroso.

Si ritrovò in strada, in una fredda serata di gennaio, avvolta da un velo di foschia. Un gatto lo fissò e lo seguì con lo sguardo intimorito per qualche istante. Imboccò la prima via a destra, dove, all’interno di uno sportello bancomat, riparato ma non chiuso da porte, cercava un po’ di calore e un rifugio per la notte un senzatetto. Gli si avvicinò e, sfiorandogli una spalla, infilò nel cappello posato a terra una banconota da 10 euro, così, senza chiedergli di dove fosse e perché si trovasse in quelle condizioni. Pensò soltanto di avere, di fronte a sé, un’altra vittima del capitalismo scellerato. L’uomo non emise parola, ma ricambiò la generosità con un sorriso composto dai pochi denti rimasti.  Si rimise in cammino.

Ma perché si trovava in strada a quell’ora? Se lo chiese nel tentativo di recuperare la motivazione che l’aveva condotto fuori dalla sua tana. La sua tana, sì, come se fosse un animale. Un animale ferito. Finì con i piedi dentro una pozzanghera e quasi gli venne la voglia di imprecare. Ma poi, imprecare contro chi, se non contro sé stesso?

Era uscito di casa per riflettere su come poter mandare avanti e risanare il rapporto con la compagna di una vita. “Compagna”: aveva detto sempre così alle persone a cui l’aveva presentata. La stessa cosa faceva lei. Entrambi lo preferivano a marito e moglie, un po’ perché non amavano le etichette che il sistema impone, un po’ perché avevano gli stessi ideali, per cui quel termine, “Compagni”, ha un valore simbolico immenso.

Sentiva che tutto si stava spegnendo. Erano lontani, stanchi, sfiancati da mesi di discussioni. Da settimane non riuscivano neanche a trovare un momento per fare una passeggiata insieme o forse, in realtà, proprio quel tempo insieme si cercava di schivare.

Eppure il loro rapporto era stato amore, passione, sesso, divertimento e condivisione di idee. Che cosa aveva aperto ferite talmente grandi da non riuscire a rimarginarsi?

Non aveva la più pallida idea di come far riaccendere tutto ciò che oramai sembrava spento. Si sentiva in colpa e si sentiva in colpa anche la sua compagna. Quel dannato senso di colpa che imprigiona e non lascia aria. Non concede tregua. Sospirò e decise di voltare ad un angolo, per imboccare una strada che l’avrebbe ricondotto a casa.

La via era piena di negozi aperti fino ad ora tarda. C’erano pub, agenzie di scommesse pronte a mandare sul lastrico chi vi si fosse avventurato, mini market, negozi di chincaglierie varie e gli immancabili “centri massaggi” cinesi che poco spazio lasciavano all’immaginazione.

Ad un tratto l’occhio cadde su un negozietto da un’unica vetrina. L’insegna specificava che si trattava di una merceria/sartoria. Al suo interno si trovavano vestiti, borse, grembiuli e tanto altro, appesi o buttati su tavoli, alla rinfusa. Lo colpì la figura di una donna, presumibilmente la proprietaria del negozio: una signora orientale sui settant’anni. Stava seduta con la testa piegata su una tuta da lavoro, appartenente sicuramente a qualche operaio. Era strappata in più punti e la signora cercava di ricucirla con tanta pazienza e dedizione, che stare lì a guardarla gli fece inumidire gli occhi. Pensò, mentre continuava ad osservare quel lavoro certosino: “ma che senso ha ricucire qualcosa che può essere sostituito?”.

Si domandava, mentre la signora continuava la sua opera, se anche lei si fosse posta la stessa domanda, appena vista la tuta e il suo stato. D’improvviso la signora alzò lo sguardo e lo volse, dritto, verso la vetrina, dove incrociò gli occhi di quell’improvvisato spettatore. Gli rivolse un garbato sorriso e tornò a capo chino al suo lavoro.

Fu in quel momento che decise di riprendere il suo cammino. Nella testa non smetteva di insinuarsi l’immagine di quella tuta logora e piena di strappi, di quella signora e, ossessivamente, il verbo “ricucire”. Cominciò a dare un senso a quella passeggiata e bisbigliò, tra sé e sé: “ricucire con pazienza ciò che altrimenti verrebbe sostituito!”.

Un sarto! Sarebbe dovuto diventare abile con l’ago e il filo dei sentimenti, per fare in modo che, quel prezioso vestito cucito addosso con amore a lui e alla sua compagna, tornasse ad essere integro e senza strappi, ma, soprattutto che non venisse sostituito con qualcosa da non potere più indossare in due. Quello era il significato che cercava nei passi stanchi di quell’escursione notturna.

Tirò fuori le chiavi di casa e aprì la porta: la trovo seduta sul loro divano di fronte alla televisione, quasi ipnotizzata. Forse sovrappensiero. Avvicinandosi le diede nuovamente un bacio sul collo, nello stesso punto di quando era uscito, le carezzò i capelli e, con una mano, tra l’incredulità e lo stupore di lei, le slacciò la camicetta e iniziò a ricucire …

12/05/2016

Grazie ancora a Rocco Carta che, con un suo racconto, è riuscito a rendere vivo e reale il tema affrontato nell’articolo precedente: l’importanza del CAMMINO per fare pensieri su di sé, per riflettere, per trovare il proprio spazio interiore.

E questo cammino è appena cominciato…

La Psiche In Cammino

La Psiche In Cammino

Camminando si apprende la vita,
camminando si conoscono le persone,
camminando si sanano le ferite del giorno prima.
Cammina, guardando una stella, ascoltando una voce,
seguendo le orme di altri passi.
(Ruben Blades)

Dopo un primo esperimento, ben riuscito, di condivisione di un contributo narrativo arricchente e vicino alla nostra professione, ritengo sia giunto il momento di collaudare seriamente quello che, da sempre e da subito, è stato il mio intento rispetto a questo spazio che, non a caso, ha preso il nome di  SPAZIO D’INCONTRO.

Ho trovato il tema del cammino molto vicino al mio modo di essere, sia come persona, sia come professionista.

Quando esploriamo noi stessi intraprendiamo una strada che non sappiamo dove ci condurrà, ma che, sicuramente, ci porterà a metterci in contatto con parti di noi, lontani dalla quotidianità, dai rumori, da ciò che riteniamo di sapere e conoscere.

Un cammino metaforico, sicuramente, ma che molto ha a che fare col distacco dalle sovrastrutture e dai ruoli attribuiti.

Uno spazio in movimento, in cui il nostro Immaginario prende forma e produce contenuti che trasformeranno la nostra visione di noi stessi e della vita.

There is no way for happiness” diceva il Buddha “happiness is the way

Qui parliamo di cammini reali, ma anch’essi simbolici e metaforici, grazie al Dott. Gianni Clemente, che ha dedicato gran parte del suo lavoro a questa passione e a questa incredibile risorsa psicologica.

Vi lascio alla lettura del suo articolo, annunciando, a mia volta, un cammino di condivisione di idee, progetti, racconti, storie, di professionisti, narratori, cantastorie che arricchiranno questo mio spazio con la loro generosa umanità.

Spero possa essere di vostro gradimento e che possiate trovare suggerimenti e desiderio di partecipare alla condivisione, entrando nel nostro CERCHIO MAGICO.

A presto (con un’altra sorpresa).

Il potere rigenerante dei cammini – Dott. Gianni Clemente – Psicologo

Se senti il bisogno di rinnovare la tua vita, potresti valutare l’opportunità di incominciare a camminare, dedicando per esempio alcune ore alla settimana.

L’atto del camminare in sé è molto semplice e consiste nel ripetere moltissime volte l’atto del passo. Potrebbe essere difficile fare questo in un ambiente di città. Allora se hai più tempo a tua disposizione, oppure decidi di prenderti più tempo, puoi metterti in marcia lungo un cammino sacro, cioè un sentiero creato dai pellegrini nei millenni per raggiungere una meta religiosa. Il più celebre in Europa è il Cammino di Santiago di Compostela, che si snoda per 800 chilometri tra Francia e Spagna. Anche in Italia ci sono parecchie possibilità, una su tutte, la Via Francigena. Ma potresti scegliere di recarti fino in Giappone e percorrere il cammino degli 88 templi lungo circa 1200 chilometri!

Cosa avviene quando una persona decide di intraprendere per la prima volta un lungo cammino nella natura? Succede che vive un’esperienza inattesa e straordinaria, con molta probabilità uno dei momenti di maggiore intensità della sua vita.

Quando affronti un lungo cammino a piedi, scopri la tua forza interiore. Chilometro dopo chilometro, ti accorgi che diventi capace di superare le difficoltà, grandi e piccole, della vita

Il lungo cammino sacro a piedi è lento e faticoso, eppure è riconosciuto come un metodo efficace per rafforzarti e rigenerarti dal punto di vista fisico, psicologico e spirituale. Le ore che trascorri a camminare in uno stato di quiete, solitudine e silenzio – sia esteriore sia interiore – riempiono interamente le tue giornate.

Dopo un assestamento iniziale, nel quale lo spaesamento e la fatica possono prevalere sul resto, cominci pian piano a sentirti tutt’uno con il cammino e la natura circostante e a provare una forte sensazione di libertà dagli impegni e dalle costrizioni della vita.

Viaggiando con lentezza, benefici di un cambio del punto di vista e di prospettiva. Tutto ciò che di solito non noti e di cui non sei cosciente –  sensazioni fisiche, emozioni, pensieri, stimoli esterni – diventa realmente presente e vero.

Giorno dopo giorno, inoltre, sperimenti il valore simbolico della natura, che raggiunge direttamente l’inconscio e quindi ti porta a capire vedendo anziché pensando. Per esempio, il cielo è simbolo di immaterialità e di assenza di limiti, l’aria di freschezza e purezza, il sole di vitalità, luminosità, calore e benessere profondo.

Anche la via che percorri è ricca di luoghi simbolici, come ponti da attraversare, valichi da superare e torrenti da guadare: vivendoli nella loro pienezza, puoi trarne preziosi spunti di riflessione e trasformazione nella tua vita.

 

Gianni Francesco Clemente (1974), Psicologo, unisce le sue conoscenze in psicologia a un’autentica passione per i cammini a piedi. Come psicologo si occupa di riportare armonia nel disagio interiore delle persone. Si interessa in modo prevalente di ricerca, di ipnosi, di relazioni tra psicologia e religione. Segue con interesse i temi che legano la psicologia e la data science.  Ha pubblicato nel 2014 Psicologia dei cammini sacri e nel 2016 Il potere rigenerante del cammino di Santiago: in libertà per cambiare.  Puoi scaricare gratuitamente i riassunti dei libri di Gianni Clemente sul sito http://gianniclemente.it/ visitando l’area dei libri.

Uscita Di Scena

Uscita Di Scena

Questa volta lascio la parola. E proprio oggi, 25 Novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, la lascio a un uomo. Perché ritengo che se la debbano proprio prendere, con forza, dignità, valore. E anche la responsabilità.

Questa GUERRA ci riguarda tutte e tutti e leggere questo racconto, come tanti altri, anche più noti, o di stampo giornalistico, mi infonde speranza e calore. Non siamo sole sorelle. La nostra battaglia è condivisa anche da chi riteniamo il nostro nemico.

Che accada tutti i giorni, ogni giorno. Un atto di ribellione trasversale al genere, comune all’umanità intera.

Buona lettura

 

 

L’ultimo atto è cruento,
per quanto bella sia la commedia in tutto il resto;
alla fine, ci gettano un po’ di terra sulla testa, ed è finita per sempre.
Blaise Pascal

 

Devo prepararmi per il suo ultimo atto, la sua uscita di scena.

Sarò sotto i riflettori tutto il tempo: la gente che arriverà a rendergli omaggio mi osserverà, mi dirà parole di circostanza, per cercare di consolare la povera vedova rimasta sola e lo piangeranno. Alcuni senza neanche averlo conosciuto sul serio.

Consolarmi? Tutte quelle persone avrebbero dovuto supportarmi in tutti questi anni di matrimonio, altro che consolarmi ora!

L’altro giorno la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Lui era stato investito mentre attraversava la strada e versava in gravi condizioni presso l’ospedale di zona.

Mi stavo asciugando dopo aver fatto la doccia, quando il cellulare si era messo a squillare. Dopo aver appreso la notizia, sono rimasta per qualche minuto in silenzio, pensando quasi fosse un suo stratagemma per tirarmi fuori di casa e potersi trovare faccia a faccia con lui. Comunque mi sono fidata del mio istinto: ho deciso di vestirmi in fretta e di recarmi all’ospedale.

Quando sono arrivata aveva già esalato l’ultimo respiro. Il medico mi ha raccontato, nel dettaglio, quali fratture gli avevano fatto perdere la vita. Mi girava la testa e mi veniva da vomitare. Il fato, il destino, che scherzi che giocano!

Quella sera lui sarebbe rincasato e avrebbe dovuto capire, una volta per tutte, che non sarei stata più una sua proprietà.

Erano giorni che mi tormentava con svariate telefonate a tutte le ore del giorno e anche della notte, implorandomi di tornare di nuovo insieme, alternando frasi smielate a minacce sempre più pesanti.

Faceva appostamenti sotto casa dei miei, dove per il momento ero tornata a vivere. I miei cari avevano paura e temevamo il peggio. Mi invitavano a stare attenta e a lasciare perdere di provare a rientrare a casa per recuperare i miei effetti personali. Era, per loro, troppo pericoloso e inoltre l’avrebbe fatto arrabbiare ancora di più.

Tutte le mie cose, i miei ricordi, i miei vestiti, pezzi di vita insomma, erano ancora nella casa in cui avevamo deciso di vivere. Da quando avevo deciso di andarmene, non vi avevo più messo piede.

L’avevo liquidato, dopo averlo denunciato per violenza domestica.

L’avevo perdonato troppe volte, gli avevo creduto, confidavo che sarebbe cambiato. Invece avrei dovuto andarmene al primo insulto, non avrei dovuto permettergli di arrivare neanche al primo schiaffo.

Maltrattata, derisa, offesa ogniqualvolta provavo a fare qualunque cosa non gli andasse a genio.

Le decisioni sulla nostra vita le doveva prendere rigorosamente lui. Ero e dovevo rimanere nelle sue mani. Una marionetta da manovrare a suo piacimento.

Non riuscivo ad uscire da quella situazione. Avrei voluto, ma avevo troppa paura.

Le poche persone a cui avevo raccontato quanto mi stava accadendo, invece di invitarmi ad andarmene da quell’orco, mi dicevano di resistere e mi invitavano a cercare di restargli accanto, in nome di quello che comunque era stato un grande amore.

Amore, ma come si fa a chiamare amore una relazione dove esiste un padrone della vita dell’altro? Un padrone che presenta sempre un conto spietato e salato.

Andò così fino a quando, una sera, in cui lui si trovava fuori con i suoi colleghi di lavoro, andai a partecipare ad un incontro sulla violenza di genere, tenuto da un’associazione del quartiere.

Alla fine di quell’incontro avevo già le idee molto chiare: parlare con le professioniste che avevano gestito quella serata mi aveva smosso e fornito molti suggerimenti e, finalmente, le parole che avevo bisogno di sentirmi dire. Non sono rientrata nemmeno a casa: dritta dai carabinieri sono andata.

Quando era rientrato a casa non mi aveva trovata, ma una telefonata lo aveva invitato a recarsi al commissariato.

Era rimasto attonito, ferito nell’orgoglio. Quella donna che lui, per insultarla e umiliarla, apostrofava come piccola e insignificante, incapace di avere una reazione vera, invece ce l’aveva fatta. Lo aveva colpito duro. Un montante metaforico in pieno volto, da cui per qualche giorno non era riuscito ad alzarsi. Non se l’aspettava.

Ma non rimase fermo e tranquillo, come già vi ho spiegato. La denuncia e quelle successive non lo avevano del tutto arginato. Rimaneva guardingo, in attesa di poter attaccare alla prima occasione.

Era furibondo oramai, non aveva nessuna intenzione di rendermi le mie cose. Aveva giurato che, se avessi messo piede in casa per riappropriarmene, mi avrebbe uccisa! Credetemi, ne sarebbe stato in grado.

Ma non importava: quella mattina, accompagnata da mia sorella e da un amico, sapendo che lui si trovava al lavoro, mi sono recata a recuperare tutto ciò che mi apparteneva. Questa cosa l’avrebbe fatto infuriare e, sicuramente, agire in qualche modo. Nessuno doveva o poteva ferire ulteriormente il suo orgoglio, non ubbidire a un suo comando. Io men che meno…

Ed ora guardalo lì, freddo, inerme, fa quasi pietà. Ma a me no!

Stanno chiudendo la bara, l’ultima volta che mi trovo costretta a stare faccia a faccia con lui. Vedo la gente che mi guarda e bisbiglia. Staranno pensando: “Guarda che forza, non versa neanche una lacrima”.

Lacrime a causa di quell’uomo ne ho versate tante.

Ora, provo solo uno sconforto dentro di me per non averlo lasciato prima, per avergli permesso di maltrattarmi per troppo tempo. Per avermi tolto la mia aria, per avermela fatta respirare inquinata per tutti questi anni.

Il corteo funebre si muove verso la chiesa dove si terranno le esequie.

Mi allontano dal carro funebre: la gente che accompagna la salma mi guarda basita, i suoi parenti, e anche i miei, mi guardano con un misto di disprezzo i primi e di stupore i secondi. Non me ne curo e continuo ad avanzare verso una rapida via di fuga.

Un signore che non avevo mai visto prima mi si avvicina mentre cammino, cercando di mettere più distanza possibile tra me e quel circo. Si avvicina e mi chiede se va tutto bene, se ho bisogno di qualcosa e mi indica la direzione del corteo.

Rispondo che è tutto ok, che la mia direzione è opposta alla loro e continuo sui miei passi, lasciandolo basito e incredulo per la mia risposta.

Respiro a fondo, aria pura. Finalmente ritorno a respirare.

Rocco Carta

Editing e revisione: Simona Martini

Un giorno (e più) di Ordinaria Psicologia

Un giorno (e più) di Ordinaria Psicologia

L’incontro di due personalità è come il contatto tra due sostanze chimiche:
se c’è una qualche reazione, entrambi ne vengono trasformati
– Carl Gustav Jung –

Novembre 2016. Milano. Freddo. Attendo i pazienti in studio, scaldando e profumando l’ambiente e sfogliando le cartelle prima delle sedute di psicoterapia. Un giorno di Ordinaria Psicologia, penserete.

Sì, la Psicologia è questo, ma è anche tante altre cose. Come fare ad arrivare alle persone, a chi già si è avvicinato, a chi non ne vuole sapere (o così pensa), ai curiosi, agli studenti desiderosi di sapere cose nuove, insomma, alla gente, tutta, che pensa valga la pena saperne qualcosa in più o comprendere, anche solo un poco,  in cosa consista questa disciplina e come, nella quotidianità, possa essere esperita senza necessariamente trovarsi chiusi in uno studio?

Queste domande (e tante altre), ci siamo poste e posti noi colleghe/i della redazione di Ordinaria Psicologia, nuovo blog e pagina facebook inerente, per l’appunto, il già trattato e ritrattato tema della Psicologia.  Non abbiamo ancora risposte certe, ma raccontandovi una giornata tipo, potete forse comprendere cosa significa amare questa professione e provare a confrontarsi per comunicarne la bellezza, l’utilità, la poliedricità.

Ore 7.20: suona la sveglia e il caffellatte coi biscotti mi aspetta, ma forse prima meglio dare una sbirciata a facebook, in fondo fa freddo e si sta bene nel dolce tepore del piumone. Già 30 notifiche? Saranno le solite pagine in cui mi hanno inserito a mia insaputa. O risposte a qualche post che non ricordo nemmeno di aver pubblicato.

No, niente di tutto ciò, la redazione di Ordinaria Psicologia è già al lavoro. Di notte. All’alba. Ieri sera tardi. Quasi mi sento in colpa, io che ho pensato di dormire. Tre proposte di articolo, di cui uno e mezzo già scritti, con tanto di commenti, integrazioni, refusi corretti, punteggiatura aggiustata. Il tutto a più mani. Siamo al Wall Street Journal e non lo sapevo.

E quella infografica postata ieri sera? Ma è la stessa? No, che non è la stessa. E’ un’altra, su un altro tema, su Veronesi. Ah, già è morto Umberto Veronesi, illustre e illuminato oncologo italiano: bisogna trovare le parole giuste per ricordarlo. Scegliere un immagine adatta. Va bene, provo ad inserirmi.

Creiamo anche una rubrica sul Cinema? BENISSIMO. E’ la mia passione, il mio cavallo di battaglia, ho già scritto delle cose, ve le posto. Eccone una. “Sì, molto bella, aggiungerei questo aspetto”. “Mmmmm, sì, interessante il tuo stile, qui però potresti fare così”. “Sì, tutto bene, pensiamo all’immagine da mettere?”. Metto tutto a posto in tempo reale, il risultato mi piace, ma ancora non ho fatto colazione. Stacco un po’, dovrei anche accompagnare mia figlia a scuola. Se arriverà in ritardo le ho già detto di riferire che sua madre lavora nella redazione di in un’importante giornale. 🙂

Torno a casa e ho una pausa prima di cominciare la seduta con una nuova paziente. Sono entusiasta, ho mille idee, ora scrivo tutto. Oddio, che è questa roba adesso? Un sondaggio? Dobbiamo decidere bene alcuni dettagli sull’organizzazione interna. Voto. Ora posso proporre la mia strabiliante idea. No, ancora no, c’è da aggiustare l’articolo rimasto in sospeso. C’è da capire a che ora programmare alcuni post. Suona il citofono, la mia paziente è qui. Un’ora circa di seduta: cosa accadrà? Mi sento in un film di Hitchcock, con la suspense che mi attraversa ogni volta che vado a vedere: cosa avrà prodotto questa macchina infernale che abbiamo messo su, ancora, mentre io ero “altrove”?

Il racconto è evidentemente (…) una parodia di quello che questo meraviglioso gruppo di lavoro, di colleghe e colleghi impegnati e appassionati ha messo in piedi in poco tempo. Ciascuna/o è un pezzo importante del puzzle. Un puzzle in costruzione in cui si spostano e integrano continuamente parti, per renderlo più coerente, completo, interessante.

Lavorare insieme significa collaborare, mettersi in discussione, talvolta entrare in conflitto, per poi magari comprendere che su alcune cose ci eravamo inutilmente arroccate/i o avevamo, al contrario, avuto un atteggiamento troppo leggero.

Talvolta si può ironizzare su alcuni temi, altre è necessario essere fermi e convincenti: mettersi alla guida e distrarsi non è uno scherzo, ad esempio. Si rischia la vita e vogliamo spiegarvi il motivo, farvi comprendere come funziona il cervello in alcune situazioni. L’autismo è una sindrome seria, dolorosa, faticosa, ma è anche un meraviglioso mondo da scoprire pieno di tabù e di informazioni tenute quasi segrete. Il cinema è magia, immaginazione, sogno, ma è anche un potente strumento di conoscenza di sé e del mondo. Le ricorrenze ci ricordano chi ha fatto e quando la storia della Psicologia. Il passato che narra il presente.

Un giorno di Ordinaria Psicologia è, per ora, tutto questo, un luogo di incontro e di incontri, di idee, di lavoro, di scoperta.

Speriamo di farvi scoprire lati sconosciuti di questa disciplina, sfatare miti che la rendono apparentemente ostica o inaccessibile, farvene un po’ innamorare, come è successo a noi, o farvi semplicemente incuriosire, perché, vi assicuro, questo mondo riguarda tutte e tutti.

P.S. Ora scappo perché c’è in ballo una discussione sull’opportunità o meno di utilizzare un inciso nella frase di un nuovo articolo, perché, si sa, i dettagli fanno la differenza 😉

 

Ci trovate qui https://www.facebook.com/ordinariapsicologia/ e qui https://ordinariapsicologiablog.wordpress.com/