Antigone: il coraggio e la forza di essere sé stesse

Antigone: il coraggio e la forza di essere sé stesse

“Antigone affronta dunque il momento finale di quel dramma, che era poi il dramma della grande Tebe di Beozia,
la città di Bacco, ispiratore di trasgressione e insieme di grandi imprese di coraggio e follia, agitato da aneliti
alla libertà e da luttuose vocazioni alla catastrofe”
– Ettore Barelli –

Antigone, figlia incestuosa del re Edipo e della madre/nonna Giocasta, rappresenta forse una delle più coraggiose e impavide donne della storia della letteratura.

La tragedia è stata scritta da Sofocle, presumibilmente intorno al 441 a.C., periodo storico in cui le donne avevano un ruolo marginale, relegate a ruoli esclusivi di mogli, madri, vergini, custodi del focolare. Ma Antigone assume con forza e determinazione il ruolo di donna consapevole di sé, delle sue radici, del valore delle sue idee e dei suoi principi.

Antigone sfida Creonte, re-tiranno di Tebe, che ha emanato un editto in cui impedisce di seppellire uno dei due fratelli, Polinice, e di piangerlo, affinchè diventi pasto gradito agli uccelli sempre affamati del cielo”. Antigone sfida il re e, in piena notte, seppellisce e piange l’amato fratello, consapevole che la punizione per lei non potrà essere che la morte.

Leggiamo il passo cruciale in cui la coraggiosa Antigone sfida il re Creonte:

CREONTE       A te, che guardi a terra, dico a te: ammetti o no ciò di cui ti si accusa?

ANTIGONE    Confermo il fatto, è vero non lo nego.

CREONTE      E  tuttavia hai trasgredito la legge.

ANTIGONE   Sì, perché non fu Zeus a imporre tale proibizione, né fu Dike, che abita sotterra, a fissare tale legge.  Non potevo pensare che i tuoi proclami potessero violare quelle leggi del Cielo non scritte, che non da oggi o da ieri, ma da sempre, sugli uomini si ergono inviolabili. Queste leggi non sono di oggi o di ieri: da sempre sono; non si sa da quando siano apparse. Avrei mai potuto affrontare il furore dei numi per timore di un uomo arrogante? Sapevo, sapevo che sarei dovuta morire, anche senza i tuoi bandi. Se prima del mio tempo ciò dovrà dunque accadere, per me sarà tutto guadagno. Per chi come me vive le sventure, come non ritenere la morte prematura un guadagno? Affrontare questa fine, per me, non è affatto un dolore. Ma di quanto ora qui accade, io non provo sofferenza alcuna. Se ti sembra che io agisca come una pura folle, questa follia, forse, da un vero folle mi viene”.

Le leggi non scritte a cui accenna la nostra Antigone non sono altro che le leggi morali, le leggi che ciascuno di noi porta incise dentro di sé, le leggi che dovrebbero guidare il lungo o breve percorso della nostra vita.

Antigone ci mostra e dimostra come la sua autentica lealtà, il suo rispetto e amore per entrambi i fratelli e per i genitori che l’hanno generata, siano la luce che la conduce nelle sue azioni. Le sue radici, quelle che nel proiettivo dell’albero noi psicologi osserviamo con attenzione, sono salde e sicure.

Il suo sguardo fiero nei confronti dell’arrogante tiranno è la rappresentazione del vero Sé, quello che solido e immutabile struttura la personalità di ciascuno di noi, Il nucleo fondativo della nostra persona. La sorgente a cui attingere nei momenti bui, insicuri, luttuosi, dolorosi.

A sottolineare con maggior forza e importanza tutto ciò. il genere a cui appartiene Antigone. Antigone è una donna che vive nel V° secolo a.C., eppure il suo moto di ribellione, dettato da motivi ideali, incomprensibili da chi la circonda, compresa la sorella Ismene, sono senza tempo. Giunge fino a noi come un grido di sé. Antigone rivendica un diritto, quello di agire secondo la sua coscienza. Rifiuta la sopraffazione del potere per mostrare pubblicamente il sentimento di pietà, umano, vero, vivo, nei confronti del fratello.

Antigone sacrifica la sua vita, che sarebbe stata falsa e costruita su presupposti per lei insopportabili, per esprimere sé stessa, il suo dolore, le sue emozioni, i suoi sentimenti. Antigone muore nel corpo, ma vive e sopravvive fino a noi nell’Anima.

Non è forse quello che noi psicologhe e psicologi definiamo “Coesione del sé” (Khout) o “Sé sicuro” (Bowlby), intesi come raggiungimento di un’istanza psichica capace di riconoscersi, di riconoscere empaticamente l’altro, di portare avanti relazioni oggettuali sane in cui prevalgono pietà, comprensione, al contrario di un sé narcisistico, onnipotente, grandioso e in cerca di approvazione esterna?

Grazie, Antigone, per aver mostrato, con tutta la tua umanità, cosa significhi essere persone (e donne, ci tengo a precisare) la cui umanità non è altro che l’espressione di una parte adulta, autonoma, dipendente, capace di affrontare le intemperie della vita restando salda sulle proprie radici. I nostri pazienti e le nostre pazienti ne trarranno beneficio.

E siamo partite! Viaggio nel Cinema delle Donne

E siamo partite! Viaggio nel Cinema delle Donne

Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa,
mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.
Edgar Allan Poe

Settembre 2016: finisce l’estate e ricominciano i progetti di TerraLuna, l’Associazione fondata con amiche donne, anni or sono.
Reduci da un intenso anno di corsi di formazione di alto spessore, bando regionale, ricerca sede (cercata, sudata, ristrutturata, arredata, amata/odiata, inaugurata), decidiamo di intraprendere un cammino, a nostro dire, più leggero e ludico, pur mantenendo l’impegno rispetto alle tematiche della violenza e della discriminazione sulle donne. “Cosa possiamo fare, fanciulle?” “Ma un bel Cineforum, ovviamente!” (seguirà elenco di altri progetti di spessore e portata universale, ma questo è un altro discorso, ndr).
Per le mie orecchie qualunque termine contenga la parola Cinema, anche troncata, elisa, accennata, sfumata è pura melodia.
Dopo settimane di contatti, contrattazioni con l’istituzione comunale, scelte interne, selezione di film, suggerimenti esterni, confronti su titolo e immagine, discussione sulla strutturazione delle proiezioni, ecco il risultato:

E SIAMO PARTITE! VIAGGIO NEL CINEMA DELLE DONNE

cineforum-pero

E giovedì 13 ottobre siamo effettivamente partite. E alla grande, direi. Prima proiezione: La fabbrica delle mogli (The Stepford Wives, 1975, Bryan Forbes).

La sala, discretamente piena, era formata prevalentemente da donne, ma qualche uomo faceva capolino anche nel confronto finale. Ma sul film e sui suoi contenuti mi soffermerò in un prossimo articolo (perché c’è MOLTO da dire).

Ciò che mi interessa qui è sottolineare il valore suggestivo ed emotivo del Cinema, intenso strumento di identificazione, proiezione, introiezione. Un luogo capace di far vibrare corde dell’animo più di mille discorsi. Un’opportunità di entrare in contatto con parti di sé che terremmo inevitabilmente protette, difese dalle intemperie esterne. Una possibilità nuova e fuori dalle sovrastrutture della ragione, di approcciarsi a tematiche delicate e, spesso, faticose.

Il Cinema fa ridere, piangere, arrabbiare, impaurire. Sorprende. Stupisce. Lascia ammutoliti o invita a lunghi e complessi discorsi. Ma mai, mai, lascia indifferenti e questa è una salvezza perché, come affermava Jack Kerouac: “Se la moderazione è una colpa, l’indifferenza allora è un crimine”.

Per approfondimenti sul progetto e sulle varie attività dell’Associazione TerraLuna rimando al sito: http://www.associazioneterraluna.jimdo.com

Per approfondimenti sul tema Cinema e Inconscio vi suggerisco una sbirciata al sito (in costruzione, a più mani): http://www.cinemainconsciente.jimdo.com

Vi aspettiamo giovedì 20 con il simpatico “Il club delle prime mogli“, nel nuovissimo PuntoCerchiate, in Via Matteotti, 51, Cerchiate di Pero (MI). Tutti i film inizieranno alle 21.00

 

Educare oltre gli stereotipi

Educare oltre gli stereotipi

Educare oltre gli stereotipi
Educare oltre le sovrastrutture
Educare alla libertà
– Simona Adelaide Martini –

Ieri serata calda ad Arese: si parlava di “Educare oltre gli stereotipi”.
L’incontro rientrava nel progetto “Seminare la parità nell’hinterland milanese”, finanziato da Regione Lombardia, all’interno del bando “Progettare la parità in Lombardia”, a cui l’Associazione TerraLuna ha partecipato, vincendo, presentando diverse attività (di cui parlerò in seguito).
Apre la serata la sindaca di Arese, Michela Palestra, che sottolinea l’importanza di affrontare e confrontarsi su queste tematiche, alla luce dei recenti fatti di cronaca (cyberbullismo, suicidi causati da persecuzioni mediatiche, femminicidi) e di provare a ipotizzare soluzioni.
Modera gli interventi e il dibattito Monica D’Ascenzo, giornalista de Il Sole 24 ore e autrice del blog Alley Oop – L’altra metà del sole. Presente alla serata, oltre a me, un altro relatore: Alessandro Battistella, ricercatore, docente universitario e referente del progetto Bim Bum Bam… pari o dispari?
Serata intensa, ricca di scambi e opinioni.
Vengono mostrate quelle che io definisco “pubblicità regresso”, in cui madri amorevoli puliscono senza fiatare disastri causati da figli maschi, dove le bambine risultano sempre sciocchine vezzose intente a sedurre maschi (bambini) virili e di potere o altre, più sottili, in cui le donne sono comunque relegate a ruoli di subordinazione e offerte al pubblico nella loro fisicità e corporeità, più che nella loro essenza, presenza, intelligenza (e qualsiasi “enza” di senso e valore vi venga in mente).
Mi preme solo accennare, in quanto psicologa e psicoterapeuta, a qualche passaggio del mio intervento. Anzi a farne un sunto, in attesa di approfondire ciascun pezzo in futuri scritti o incontri.
Voglio far pensare all’identità come a un materiale malleabile, manipolabile trasformabile. Ma, attenzione, il materiale di base è davanti ai vostri occhi. Lo è anche il colore naturale, il grado di “impastabilità”, le dimensioni originali, la quantità, lo stato in cui si presenta.
Ecco, i bambini e le bambine non sono oggetti manipolabili a piacimento. Sono persone, individui, esseri a sé stanti, che cercano il loro posto nel mondo. Si liberano da noi attraverso il simbolico taglio del cordone ombelicale e cominciano ininterrottamente a lasciare impronte di sé, a comunicare sprazzi della propria personalità in divenire. Ogni parola, azione, pensiero, proiezione, aspettativa che avremo su di loro li modificherà.
Cosa possiamo fare per non fare passi falsi? Per non snaturarli? Per lasciare che quel seme sbocci secondo le sue caratteristiche? Possiamo osservarli. Ascoltarli. Annusarli. Sono loro che ci dicono chi sono. Che ci parlano dei loro gusti, delle loro preferenze. Ce ne parlano quando ancora non hanno acquisito il dono della parola. Perché esplorano, toccano, esprimono emozioni libere di fronte agli stimoli che incontrano o che noi poniamo loro davanti.
Hanno preferenze alimentari, di colori, di forme, di suoni, di persone, situazioni. Ci indicano la via.
Educare, dal latino ex-ducere, significa portare fuori. Per molti adulti, ancora, significa mettere dentro. Mettere dentro stereotipi, condizionamenti, idee e aspettative proprie, vissuti personali, traumi, paure, rabbia, esperienze non realizzate o non elaborate. Fermatevi. Osservate il cammino che sta intraprendendo quel seme. Lo spazio di cui necessita. La luce di cui ha bisogno. Di quanta acqua, carezze, sussurri, conferme. Crescerà sano e solido. E unico, tra tanti. Rispettoso delle altrui differenze. Rispettoso di sé.
Questa è una piccola ricetta, ma quasi sicura, di consapevolezza e serenità, che non significa non soffrire, ma affrontare le strade impervie della vita con dignità, con la certezza che si è esseri speciali, non sbagliati, non inadatti, non giudicati per quello che gli altri si aspettano da noi. Che siamo sulla strada giusta, anche se faticosa.
Gli stereotipi sono stretti cassetti chiusi dalla chiave della mancanza di coraggio. Il coraggio di spendere le proprie energie per scoprire, davvero, chi abbiamo davanti, arricchirci della sua presenza, donare un poco della nostra diversità. Gli stereotipi sono scorciatoie, intraprese per evitare la lunga strada della conoscenza dell’altro.
Niente, pochi concetti che aprono infinite riflessioni: questa è la mia natura, questo il mio provare a stare fuori dal cassetto
Un particolare ringraziamento a TerraLuna, alle mie amiche e compagne di viaggio Katia, Patrizia, Antonella ed Ester e alla consigliera del Comune di Arese, Paola Pandolfi, che ha creduto in noi.

Ali nel cassetto

Ali nel cassetto

“Non credere mai di essere altro che ciò che potrebbe sembrare ad altri che ciò che eri o avresti potuto essere non fosse altro che ciò che sei stata che sarebbe sembrato essere loro altro”
Alice nel paese delle meraviglie – Lewis Carrol –

E’ proprio vero, spesso teniamo le nostre ali chiuse in un cassetto, ché tanto, pensiamo, dove vuoi che ci portino? Magari ci ritroviamo in un luogo troppo grande per noi o sconosciuto, pauroso, buio. E allora stiamo fermi, stiamo ancorati a terra. Ci sarebbe stata la possibilità di conoscere luoghi nuovi, fantastici ed inesplorati. Di vivere avventure. Ma anche solo di provare l’ebbrezza del volo, di scoprire che ne siamo capaci. Certo, ci vuole un poco di coraggio.
Questo il senso profondo, almeno per me e per il mio vissuto, dello spettacolo teatrale ALI NEL CASSETTO, alla cui stesura ho collaborato come consulente psicologa.
Vengo contattata da Marta, produttrice teatrale molto in gamba e di grande esperienza, perché “Stiamo pensando ad un progetto sugli stereotipi e ho visto che tu ti occupi di queste cose”. Galeotto fu facebook, ma meno trucido l’esito dell’incontro rispetto a quello di Paolo e Francesca.
Conosco Marta virtualmente e già mi piace, potere delle vibrazioni social. Poi conosco Anna e Rossana.
Anna è una scrittrice e ama molto mettere la sua competenza a disposizione del teatro, producendo strepitose sceneggiature. Rossana è una incredibile illustratrice. Resto a bocca aperta di fronte alle sue creazioni. E io, che ci faccio qui? “Tu conosci i bambini e le bambine, ti occupi di età evolutiva, di stereotipi di genere, insomma, ci darai una mano a individuarli e poi noi creeremo una storia”.
Va bene, ho deciso, tiro fuori le ali dal cassetto. Ci sto. Sono delle vostre. Siamo le Rebel Girls.
Tanti incontri, tante idee, tante risate, tante perplessità. Ce ne usciamo stanche e soddisfatte: proporremo dei laboratori nelle scuole di diversi gradi, offrendo come spunti alle alunne e agli alunni carte rappresentanti archetipi junghiani e faremo loro raccontare e rappresentare storie. Racconteranno sé stessi, come si vedono, come pensano che li vedano gli altri, chi sono e chi vorrebbero essere.
Ne emerge un mondo immaginativo immenso. Sono loro che forniscono spunti, personaggi, suggestioni.
Anna e io elaboriamo il materiale, Marta comincia già a visualizzare la rappresentazione, Rossana traduce in immagini le parole. Si parla dei potenziali attori, della trama, degli effetti speciali. E io sono ancora lì con loro, perché ormai mi sento parte del gruppo e credo di poter ancora apportare contributi.
Ogni tanto io e Anna ci sentiamo per telefono. Sono gli ultimi accorgimenti.
E’ pronta la storia. E’ pronto lo spettacolo. Andrò a vederlo con mia figlia, perché ci credo profondamente e credo anche nelle collaborazioni tra professionisti/e diversi/e. Credo nell’incontro tra anime belle e creative. Credo valga sempre la pena tirare fuori le ali dal cassetto, anche solo per tirar via un po’ di polvere.

http://www.teatrodelburatto.it/produzioni/ali-nel-cassetto.html

Nessuno È Un’Isola

Nessuno È Un’Isola

Nessun uomo è un’Isola
– John Donne –


Nessuno E’ Un’Isola

L’importanza della rete nella nostra professione (e nella vita)

 

“Nessun uomo (e donna, aggiungo) è un’Isola, intero in se stesso.

Ogni uomo (e donna) è un pezzo del Continente,

una parte della Terra.

Se una Zolla viene portata

via dall’onda del Mare,

la Terra ne è diminuita,

come se un Promontorio

fosse stato al suo posto,

o una Magione amica o la

tua stessa Casa.

Ogni morte d’uomo (e donna) mi

diminuisce,

perché io partecipo

all’Umanità.

E così non mandare mai a

chiedere per chi suona la

Campana:

Essa suona per te”

– John Donne –

 

Inauguro il mio blog con questa famosa poesia, il cui passo No Man Is an Island è stato ripreso dall’altrettanto noto saggio di Thomas Berton.

Me ne approprio, momentaneamente, perché non trovo parole o metafore più efficaci di questa, per spiegare il senso che vorrei dare a questo spazio. Uno spazio di condivisione, di incontro, di confronto, di alleanza e colleganza.

Scoprirete quanto è facile trovare affinità con le persone e decidere di costruire progetti e realizzare sogni. Quanti ponti e strade parallele ci si pongono davanti, durante il cammino della nostra vita e della nostra professione. Quante occasioni per aggiungere il proprio pezzo all’immenso puzzle dell’umanità o chiedere a qualcun altro di offrire il proprio.

L’ho presa alla larga? Abbastanza, ma spero serva a far comprendere come sia importante mettersi in contatto, sentirsi parte di qualcosa insieme, unire le forze per creare qualcosa di unico e di senso. Nella psicologia, come nelle altre discipline, questa “filosofia” vale, spesso, più di infiniti tecnicismi, di una lunga e sudata formazione, di solide referenze e nomi altisonanti. Esserci, insieme. Vedersi e guardare nella stessa direzione. Confrontarsi e anche scontrarsi, se necessario. Sudare le stesse sette camicie per raggiungere un obiettivo comune che, nel caso di noi psicologi/ghe è, banalmente, migliorare la qualità di vita delle persone.

Questo spazio rappresenterà una continua narrazione, caratterizzata, come in una pellicola cinematografica, da flashback, regressioni, balzi in avanti, ritorni al presente, in una costruzione di circolarità temporale i cui protagonisti continuano a incontrarsi e a realizzare eventi, progetti, desideri. A volte anche fallendo, ma chi può mai fallire se ci sta provando?

Partiamo, dunque, dal presente. Due giorni fa, un gruppo di circa venti psicologhe/i si è confrontato su una campagna ministeriale ormai sulla bocca di tutti/e: il “Fertility day”. L’indignazione iniziale suscitata sia dalla forma, spesso volgare e offensiva, che dai contenuti, retrogradi e svilenti, ha lasciato il posto al desiderio di reagire in modo costruttivo e funzionale. Ne è nata la stesura di una lettera sottoscritta da centinaia di persone, tra cui molte/i colleghe/i, che ha avuto (allo stato dell’arte) 19.000 condivisioni e pubblicazioni su numerose testate on-line.

A voi la lettura e alla prossima: